Capitolo 1 – Partenza

L’ultima cosa che ho fatto insieme a mio padre è stata andare ad una processione. Non il genere di processione che puoi vedere tutti i giorni. Qualcosa che capita una volta ogni migliaia di anni.

Il mio vecchio allora aveva il cancro, e sapevamo che presto io e le mie sorelle avremmo dovuto seppellirlo. Lui voleva essere lì. Ma non nego di aver conservato una certa dose di curiosità, dietro l’ironia e il distacco che mi portavo dietro a quei tempi. C’era la netta sensazione che sarebbe stata l’ultima volta anche per me, per vedere una cosa del genere. Una volta ogni mille anni.

Io e mio padre dovevamo essere lì.

Lui era uno storico, un vecchio studioso che si era limitato ad insegnare a ragazzi come me, per anni. La storia che conosceva era passiva, scolpita nei libri e nei documenti. Il fatto che uno come lui volesse essere lì, osservare, dovrebbe aiutarvi a mettere le cose in prospettiva. In quello che stava per accadere c’era del fantastico, ma allo stesso tempo era forte la sensazione che un errore stava per essere commesso. Il desiderio di vedere quella cosa, quell’avvenimento unico, comunque, superava ogni perplessità morale e politica.

Andai così a prendere mio padre con la mia auto e partimmo, senza guardarci indietro e pensarci troppo.

Il vecchio parlava poco. Tossiva, tanto. Divorava con gli occhi tutto quello che attraversava il finestrino. Ogni volta che passavamo un altra auto, ridacchiava tra se e se, come a dire “ecco vedi? Non siamo gli unici”. Sembrava felice. Non protestò nemmeno quando rimanemmo bloccati nel traffico, per diverse ore e in pieno deserto. E le auto attorno a noi stavolta erano chiaramente lì per osservare, essere presenti.

Ricordo perfettamente i militari che distribuivano scorte d’acqua. Mi innamorai fugacemente di una ragazzina in divisa e del ciuffo biondo che spuntava da sotto l’elmo mimetico. Ai miei occhi non poteva avere più di sedici anni.

Molte ore dopo riposavamo nella nostra auto. I militari avevano predisposto una specie di campo base per noi spettatori. C’erano tonnellate di lamiera distribuite come un esercito campale. A molti chilometri di distanza vedevamo l’altro accampamento, quello dei crociati e dei militari. La nave era ad enorme distanza – ci dicevano – e non l’avremmo vista nemmeno con un cannocchiale. Quella notte i soldati addetti alla nostra sopravvivenza ci distribuirono occhialoni e respiratori per il giorno seguente. Ci spiegarono che la partenza avrebbe sollevato polvere in un raggio di chilometri.

Faceva un freddo cane, e mio padre sembrava meno preoccupato della cosa di me (e forse lo era). Vagai a lungo per il perimetro delle auto, osservandone i passeggeri. Gente di tutti i colori e dall’abbigliamento più disparato. Alcuni non erano americani: si vedeva che arrivavano da lontano.

Ad un certo punto vidi la ragazza che aveva distribuito l’acqua il giorno prima. Rideva, mentre parlava con due commilitoni più anziani che fumavano grossi sigari.

Mi avvicinai a loro. Ero il più vecchio, e avevo a malapena venticinque anni. La ragazza non mi riconobbe, e d’altronde perchè avrebbe dovuto? Aveva consegnato bottiglie di plastica a centinaia di idioti identici a me. Tutti sporchi, sudati e nervosi allo stesso modo.

Iniziai a parlare del più e del meno. Non ero davvero interessato a lei. Volevo informazioni. La mia curiosità tornava a ossessionarmi. Speravo che lei o i suoi colleghi mi avrebbero fatto guadagnare qualche prezioso frammento di informazione, di qualsiasi genere. Ma i tre sembravano saperne quanto me. Dopo un po’ i due se ne andarono, e rimasi con la ragazza. Per qualche istante mi passo per la mente il più folle dei pensieri. Scappare con lei da qualche parte, lontano da quella follia. Mi ero perso negli occhi di quella ragazzina-soldato, e mi ero completamente dimenticato di mio padre.

Mi sentivo meschino. Una parte di me voleva assistere all’evento, l’altra voleva entrare nei pantaloni mimetici di quella ragazza.

Qualche anno fa ho scoperto che fine ha fatto quel plotone che si occupò dei civili il giorno della partenza. Erano riservisti, ma vennero schierati sugli Anelli durante la rivolta nei lavoratori, perchè si trovavano a pattugliare proprio quella zona del sistema solare. Nella breve battaglia che seguì, morirono circa duemila persone. L’esercito regolare si rivelò molto peggio addestrato di un pugno di rivoltosi che chiedeva il riconoscimento dei propri diritti.

Non ho alcuna prova del fatto che quella ragazza sia morta sugli Anelli, quel giorno. Ma continuo a chiedermi cosa sarebbe successo se avessi continuato a parlare con lei, invece di inventarmi una scusa e tornarmene con la coda tra le gambe alla mia auto. Forse l’avrei salvata? L’avrei trascinata via da sabbia e carabine e resa una perfetta moglie del midwest? Pensate mai alla capacità delle vostre scelte di condizionare il destino altrui?

 

Quando si parla di Nathan Cortez con qualche altro vecchio relitto, ricorrono tre descrizioni idealtipiche. Nessuno ha una idea chiara dell’uomo, ognuno se n’è fatta una propria.

Ci sono quelli che se lo ricordano come un uomo massiccio, dal volto vagamente slavo. Una scultura fatta di angoli, spigoli, nemmeno una linea curva. Il volto, un reticolato di rughe e cicatrici.

Altri lo disprezzano così tanto da aver modificato l’immagine fisica che avevano di lui, con il passare degli anni. Cortez decennio dopo decennio si è incurvato, ridotto di statura, imbruttito. Come a volerlo minimizzare.

Il mio ricordo del generale Nathan Taylor Cortez è un non-ricordo. Ricordo i notiziari di quando ero bambino che ne elogiavano le imprese. Ma Cortez era particolarmente restio a farsi ritrarre di persona. Uccideva in giro per le colonie senza alcuna paura, eppure mal sopportava l’idea che qualcuno potesse vedere che faccia avesse. Da bambino me lo immaginavo come un tizio dagli occhi spiritati, grassissimo e con due fuciloni laser nelle due mani tozze.

Cortez in realtà era molto diverso. Si, era massiccio, senz’altro. Ma in passato lo era stato molto di più. All’epoca dell’evento era già un uomo anziano, nonostante l’addestramento militare gli avesse permesso di conservarsi in buona salute. Zoppicava, a causa di una vecchia shrapnel che gli era rimasta nella gamba qualche anno prima, mentre sedava l’ennesima rivolta coloniale successiva alla resa. I maligni sostenevano che non ci vedeva bene, e che la sua pretesa di combattere in prima linea con i suoi uomini era ormai ridicola, chiaro segno di demenza senile.

E’ chiaro comunque che Cortez era lì non per le sue doti militari o per la sua capacità di combattere in prima persona: lui era il John Doe della situazione, l’individuo che doveva farsi carico dei desideri più violenti e inconfessabili e portarli avanti come se fossero una sola cosa. Per il momento tralascio il retroterra storico: vi basti pensare che all’epoca dell’evento c’era un bel numero di persone che aveva tutto l’interesse a partire e andare lontano. Sulla questione tornerò in seguito.

 

La notte fu interminabile. Nell’auto faceva freddo, e avevo ceduto la mia coperta a mio padre. Nella macchina accanto alla nostra tre generazioni di donne indiane pregavano in un hindi sporcato di inglese. Magari i componenti della famiglia di sesso maschile stavano all’altro campo base, pronti a imbarcarsi. Osservavo quelle donne da un po’, quando mi accorsi che davanti alle nostre auto passavano diverse persone correndo, così uscii per vederli e capire cosa succedeva. Raggiungevano la fine dell’accampamento dei civili. C’erano tre grossi camion male in arnese stracolmi di gente come formicai, che procedevano lentamente sulla strada che avevamo fatto noi per arrivare lì. Alla fine si fermarono, e scesero in molti. Mi spaventai, quando vidi che alcuni erano armati: i riservisti che erano a poca distanza non mi davano molta sicurezza. Mi tranquillizzai quasi subito: uno dei tizi, l’autista del primo camion, aveva raggiunto uno di noi curiosi e si era messo a spiegare che erano in ritardo ed erano diretti all’accampamento Alfa.

Non riuscivo a decifrarne la provenienza. Camminavano a piedi nudi, monconi di unghie e piante completamente nere, sorta di suole naturali. Pelle olivastra, ma tra loro c’erano diverse donne dai capelli biondi, quasi color latte. I loro fucili erano sporchi e sembravano antiquati; alcuni montavano perfino delle inutili baionette, completamente fuori luogo su armi del genere.

Rimasero a chiacchierare, i pulsofucili alla mano. Alcuni invece si ostinarono a rimanere nei camion finché quelli che erano scesi non si decisero a riprendere la strada e lasciarsi noi fannulloni alle spalle. Nel secondo camion scorsi una ragazzina dai capelli color cenere che imbracciava un fucile a impulso più grande di lei: sembrava perfettamente a suo agio in quella strana compagnia di uomini di ventura.

Passai il resto della notte in auto, e fui uno dei primi a svegliarsi il giorno dopo. Il sole iniziava a sorgere, e un vento tonificante infondeva a tutti un bel po’ di speranza.

 

La nave si vedeva, anche se male. Mi feci prestare un binocolo da uno dei riservisti. L’armada era immensa, ma meno pittoresca di quanto me la immaginassi. Io pensavo a qualcosa di farsesco, di colorato. Era metallica, un grosso sigaro di acciaio posato sul deserto. Enormi portelloni aperti mostravano l’interno, anche se dalla nostra posizione era difficile scorgere i dettagli.

Era circondata da una formazione irregolare e frastagliata di navi più piccole. Alcune grandi come edifici, altre piccole o minuscole, poco più che macchie nel mio binocolo. La polvere copriva le persone che sciamavano intorno alle navi, ma non era difficile intuirne la presenza. Migliaia di persone che compivano ogni genere di attività.

 

I primi crociati partirono poco dopo l’alba. La strada era tortuosa, e aveva qualcosa di iniziatico. Il primo tratto passava molto vicino a noi. Avremmo a stento visto la partenza, ma avevamo un buon colpo d’occhio sugli uomini che si sarebbero imbarcati.

In molti ricordano i crociati come un esercito disciplinato, una schiera di uniforme identica fin dalla partenza. Non era così. Il giorno dell’Evento, si dirigeva verso la nave il gruppo più strano e male assortito che avessi mai visto. Metà degli uomini (e delle donne) che mi passarono vicino quel giorno mi sembrarono poco adatti alla guerra, se non spacciati in partenza. Molti erano anziani. Gente che aveva combattuto con Cortez in passato, e che si fidava di lui.

I primi a sfilare furono proprio dei veterani: portavano antiquati flechette, e uniforme martoriate dal tempo e dalla sabbia. Alcuni portavano le stimmate dei tecnofanti: connettori neurali, e protesi biomeccaniche di vario genere a sostituire organi e estremità. Un tempo erano stati il Domani, ora sembravano il buffo futuro di un telefim di fantascienza di serie B.

Poi vennero i cristiani riformati, lugubri nelle loro vesti bianche e lunghissime. Il loro Papa era con loro. Erano tutti. Circa cinquecento, escluse donne e bambini. Non potevano saperlo, ma le loro donne avrebbero riformato la loro religione ancora una volta poco tempo dopo la loro partenza, rendendola molto migliore di quanto fosse. Non avevano armi visibili, e questo li prenotava per lavori umilianti e stupidi, inadatti a una cultura che aveva desiderato per tantissimo tempo una crociata. Non sembravano preoccupati, o quantomeno erano ignari della cosa.

Seguirono molte altre religioni morenti, che imbarcavano quasi tutto il loro capitale umano in quella strana impresa che univa ogni genere di etnia e religione. Arabi, ebrei dello scisma, induisti e neo-sufi.

La processione era ormai un lungo serpente quando cominciarono a unirsi i soldati veri.

I primi ad impressionarci furono gli Assamiti, anche se allora erano meglio conosciuti come Monaci delle Lame. Il loro corpo era completamente coperto da tuniche pesanti, probabilmente di materiali pulsoresistenti. Non portavano armi visibili: i loro corpi erano essi stessi delle micidiali armi.

Salmodiavano una litania incomprensibile, fatta di latrati lunghissimi basati sulla modulazione sonora; i loro passi erano lenti, ma era come se il terreno scorresse sotto di loro. Ultimi servitori di PANDORA, nonostante i divieti più o meno espliciti di professare l’antico culto. La loro resistenza al passare del tempo poteva addirittura scatenare ammirazione. Erano tanti, per i loro standard. In coda al loro gruppo i più grossi tra loro portavano le femmine, in enormi cilindri di acciaio semitrasparente ornati da ghirlande scarlatte ironicamente lugubri. Grazie al binocolo potevo vedere la sagoma di quelle cose vagamente antropomorfe che si muovevano all’interno. Piccoli tripodi traslucidi trotterellavano come nani da circo intorno alla processione delle regine-spose, procedura standard in casi come quello. Ogni tanto uno di quei costrutti biomeccanici spiccava un balzo e saltava su uno dei cilindri, probabilmente per controllare le funzioni vitali delle creature all’interno.

 

Poi fu il turno delle giubbe bianche. Molte erano probabilmente già sull’Armada, quello che ci sfilava davanti doveva essere soltanto il distaccamento terrestre. Giovani, poco più che adolescenti. Teste rasate di fresco, apposta per la grande occasione.

Cinquemila uomini, un lungo serpente bianco di soldati creati dal nulla. Pochissime donne, ma era difficile distinguerle, perchè erano rasate anche loro. I loro fucili erano la promessa di battaglie valorose. Lucidi, sottili, minacciosi. Pensai alle armi nelle mani del gruppo di disperati incontrati la notte prima e mi resi conto della differenza che c’era tra l’esercito crociato e i gruppuscoli irregolari che vi si erano uniti.

Finite le giubbe bianche arrivarono altri irregolari. Sembravano pirati, o mercenari. Non sembravano percepire la solennità dell’evento. Lanciavano urlacci e gesti verso di noi, alzando le loro armi verso il cielo. Portavano strani stendardi consunti e bruciacchiati, probabilmente residui delle guerre coloniali. Non si capiva se avessero combattuto con i federali o con i coloniali. Probabilmente lo avevano dimenticato e si ricordavano soltanto la guerra.

Passarono ore. Eserciti, gruppuscoli, singoli uomini. Fogge di vestiti di tutti i generi. Armi provenienti da tutte le zone della galassia conosciuta.

Quando ormai gli uomini erano una macchia distinta e lontana qualcuno mi passò un binocolo. Era militare, e aveva qualche capacità di correzione di immagine. E il vento si era placato. Vedevo gli uomini salire sull’Armada in maniera disciplinata, e i portelli delle navi più piccole chiudersi uno dopo l’altro. Ancora qualche ora e le navi sarebbero partite.

Mi sentivo colpevolmente emozionato, e potevo sentire che mio padre si trovava nella stessa situazione.

Anche il più insospettabile dei pacifisti ha ricevuto almeno una volta da bambino un fucile di plastica, e si è immaginato cowboy, gangster o eroe stellare.

Io leggevo i fumetti di mio padre. Il vecchio aveva una incredibile collezione di fumetti americani sulla seconda guerra mondiale. Storie di eroi americani impegnati nella guerra contro la Germania nazista. Gli originali erano troppo preziosi per sfogliarli – alcuni risalivano agli anni 40, ma avevamo una specie di proiettore per leggerne delle riproduzioni digitali. Molte parti erano consunte e rovinate, ed era davvero difficile seguire la storia dall’inizio alla fine. Ma scorgevi degli istanti della narrazione e rimanevi estasiato. Le sagome degli Stuka nel cielo, la carica degli uomini del Sergente Fury nel fango, cose così. Qualsiasi ragazzino sano di mente è stato almeno una volta affascinato da questo genere di cose. E’ puro feticismo.

Quella sfilata incredibile aveva risvegliato quella parte di noi sopita da tempo. Era come vedere una parata di soldatini, ma enorme, soldatini a grandezza naturale.

Non credevi che quella gente sarebbe andata davvero a conquistare lo spazio alla ricerca di nuovi luoghi da colonizzare. Pareva più giusto che reiterasse lo spettacolo della partenza altrove, per nuovi spettatori!

Mentre mi trastullavo con questi pensieri oziosi, scorsi una scintilla negli occhi di mio padre. Non disse niente, ma immaginai che in qualche modo in quei pochi minuti di attesa aveva elaborato qualche genere di conclusione sulla sua vita e su quello che stava succedendo.

 

Vorrei poter dire di ricordare la partenza dell’Armada, ma in realtà non vidi molto. Esplosioni di propulsori e un sacco di polvere che si alzava, oltre al turbinio di navette e ricognitori. Niente di memorabile.

 

Lasciai mio padre praticamente sulla porta di casa, e non lo vidi mai più. Morì alcune settimane dopo, accudito dal resto della famiglia. Poche ore prima dell’arrivo a casa avevo ricevuto una telefonata isterica di Rachel – si era barricata a casa dei suoi genitori con provviste in scatola per settant’anni – che mi costrinse ad un viaggio allucinante fino a Salt Lake City dove la trovai schiumante di muco e lacrime. Passai diversi mesi con lei nella specie di rifugio antiatomico che si ostinava a chiamare casa in totale isolamento mediatico, ignaro della morte di mio padre e delle prime scorrerie in giro per lo spazio del Generale Cortez. Ero convinto di due cose: la prima era che prima o poi avrei lasciato quella psicotica mezza-ebrea, la seconda era che quella crociata si sarebbe rivelata l’ennesimo atto ridicolo nella storia dell’eroismo moderno, e che il Generale e i suoi sarebbero tornati a breve con la coda fra le gambe e un bel po’ di nuove cicatrici.

Ma mi sbagliavo su entrambe le cose.

 

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